LIBERTA’ DI STAMPA: IL 2012 IN CIFRE: 88 giornalisti e 47 cittadini-giornalisti uccisi, l’anno peggiore per i giornalisti dalla prima pubblicazione del bilancio annuale di Reporter senza frontiere nel 1995

Rapporto sulla libertà di stampa nel mondo 2012.

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Cinema Muto per forza

Anche nel cinema delle origini i soliti cittadini onesti e perbene oltre a evocare la censura (il celebre deputato Avellone si schierò contro il cinema tout court) si preoccuparono di destinare gli apparecchi fotografici a scopi tutt’altro che spettacolari. Ce lo racconta Gian Piero Brunetta nel suo “Storia del cinema Italiano – I. Il cinema muto 1895-1929” dove cita un articolo di C. Nasi apparso nella Gazzetta di Torino del 1896.
“Tra le tante applicazioni possibili, una mi viene in mente. Dotare di una macchinetta ad hoc i funzionari di P.S. destinati a presenziare, ad esempio, le fasi di certe dimostrazioni piazzaiole…
Per certe dimostrazioni in America hanno già adottato il sistema della pompa indraulica a getto persuasivo. Perchè non combinare insieme i due sistemi? La fotografia per reprimere e l’acqua per prevenire! L’ideale della tranquillità sociale”

Fa sorridere vedere come più di cento anni fa le geniali menti perverse di alcuni personaggi amanti della sedicente morale comune abbiano dato il la ai sistemi di repressione utilizzati tutt’ora dalla polizia di tutto il mondo.
Ma in epoca ante-guerra non mancavano le menti illuminate o i semplici cittadini che affidano le proprie opinioni a riviste specializzate. La Vita Cinematografica infatti oltre ad ospitare sulle proprie pagine il celebre intervento del già citato Avellone riporta nello stesso numero la curiosa opinione di un certo D. Borrelli sul vestito, assai stretto, che lo Stato aveva intenzione di far indossare alla nascente arte del cinema.
“la retorica da educanda ha fatto il suo bravo tempo… che la vita non è scuola e non è collegio e non è sempre una professione di austerità, di morigeratezza assoluta e inflessibile.”
In cent’anni il cinema si è evoluto, siamo addirittura arrivati al 3D. Che si possa evolvere anche l’umanità intera così velocemente?

 

Il governo propone il reato di “associazione a delinquere” per i manifestanti NO TAV.
Il governo crea il reato di “manifestazione del proprio pensiero”.
Cosa dobbiamo aspettare per definire fascista e repressivo un provvedimento del genere?
E tutto ciò con il beneplacito della maggior parte degli organi di stampa nazionali, sia di destra, sia della cosidetta “sinistra”.
Io voglio andare a manifestare contro l’inutile grande opera senza essere trattato come un delinquente.
Sono un cittadino italiano e ancora ho il diritto e la libertà di andare dove voglio e di dire cosa mi pare.

NON PASSERANNO MAI. NO TAV

Cemento rules

In un bell’articolo di Franco Arminio sul Manifesto di qualche giorno fa si legge:

Sarebbe ora che gli abitanti che sono rimasti sui paesi si sollevassero per reclamare misure a difesa del territorio, ma i paesi sono governati dalle stesse logiche che hanno i dinosauri del parlamento. Una piccola borghesia fangosa che imbratta con furbizie e intrallazzi ogni cosa.

Ricordiamoci quindi che la destra di governo nazionale, regionale e comunale (perchè di destra si tratta) va in tutt’altra direzione. Ricordiamo la recente approvazione da parte della giunta Cappellacci di una norma del P.P.R che incentiva la costruzione di campi da golf con annesse e connesse “strutture di ricezione” che più che portare sviluppo e modernità incrementeranno la presenza di cemento nel già martoriato territorio sardo (segnalo un articolo di Marcello Madau sul tema).
Ricordo pure che qualche giorno fa 10 assessori regionali del Pdl in Lazio si sono dimessi dato che addirittura il governo ha sconfessato il Piano Casa (dove piano ahimè non è un aggettivo riferito al tempo),  architettato dalla giunta Polverini, che prevedeva la costruzione di ben 6 porti sulle coste laziali.
Non è certamente un caso che l’aumento delle colate di cemento sia deciso da chi comanda, e chi comanda sia un costruttore. E’ il conflitto di interessi che da anni mina l’Italia da cui non riusciamo a liberarci da decenni. Già nel 1963 Francesco Rosi lo raccontava nel film “Le mani sulla città” e Italo Calvino nel suo racconto “La speculazione edilizia” ambientato proprio in quella costa ligure martoriata dalle piogge copiose di questi strani giorni.
Lasciando da parte la retorica, rincresce vedere che poco è cambiato in tanti anni e, ancor peggio, il consumo sfrenato del territorio ha assunto le nobili vesti del progresso e dello sviluppo.
Il costruire a più non posso è un problema che viene spacciato come soluzione per il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini: ogni volta che si parla di crisi (che partì appunto dal settore immobiliare statunitense) l’argomento che trovano i potenti è quello di “far girare l’economia” che si traduce in pratica con una nuova colata di cemento con la quale non solo ci si arricchisce ai danni della comunità, ma si prova a coprire i vizi sfrenati e palesi della classe dirigente oramai illegittima e fuori controllo.

Ho provato a sintetizzare l’articolo con un nuovo strumento di social-media: Storify.
Potrete trovare la mia storia a questo indirizzo:
http://storify.com/robystereo/cemento-rules

R-obystereo

Edilizia creativa

Ecco le nuove Regolamentazioni in materia Edilizia a Viddalba. Sottolineiamo che le possibilità di costruire nella zone E (la zona agricola) stranamente (non notate come sia musicale la parola “stranamente”?) aumentano.

Ecco cosa potremmo fare in più nella zona agricola (attigua alla zona B, la C e la F lottizzata):

Piscine, barbecue, forni, installazione di gazebi, elementi di arredo di aree pertinenti agli edifici esistenti o da realizzarsi.
Muri di cinta e cancellate,
Aree destinate ad attività sportive e ricreative,
Installazione di impianti tecnologici al servizio degli edifici esistenti o da realizzarsi,
Opere di pavimentazione e di finitura di spazi esterni, per aree di sosta e parcheggio,
Pergolati e grigliati,
Parcheggi di stretta pertinenza nel sottosuolo del lotto su cui insiste il fabbricato.

Questo giusto ad onor di cronaca.
Nella delibera si legge inoltre:

Le seguenti realizzazioni sono fatte salve a condizione che non sia prevista nuova volumetria.

Ora io mi chiedo come si possano costruire tutte queste belle cose senza aumentare la volumetria: dopo la finanza ci siamo inventati pure l’edilizia creativa.
Quella che ha portato a concepire questa norma:

1. Tutte le nuove costruzioni dovranno garantire una superficie delle pareti esterne rivestite con pietra locale pari a 1/20 circa della superficie complessiva. Dove sono previsti pilastri esterni, questi dovranno essere realizzati in granito o materiale similare o rivestiti in pietra locale, che saranno detratti dal computo delle superfici rivestite in pietra. Inoltre sono considerate per il calcolo, anche eventuali stipiti per porte, finestre e angoli di pareti;

Bene, bene, il comune si erge a cultore di estetica imponendo al cittadino di utilizzare la “pietra locale” per costruirsi la casa. Modello Costa Smeralda che si sa, noi puntiamo in alto. Infatti, sempre leggendo la delibera si apprende che è fatto obbligo al titolare del permesso di costruire di ultimare l’edificio prima esternamente che internamente per rendere un aspetto decoroso sia all’edificio da realizzare sia alla zona limitrofa.

E se io fossi un povero operaio (che mi sa che ancora c’è n’è) e non avessi abbastanza soldi per costruirmi la casa e volessi pagarmela pian piano? Dovrei coprire le spese prima addobbandola esternamente (in pietra, of course) e in seguito se non sono già morto, devo trovare i soldi per costruirla internamente e quindi abitarla!
L’apparenza regna sovrana e arriva addirittura nelle grigie e astruse delibere comunali.
Mi viene in mente l’assassino de “Il cameramen e l’assassino” che si lamenta dell’estetica degli alloggi sociali in Belgio: “i mattoni sono di color rosso: il colore della violenza!”.
Insomma noi a Viddalba vogliamo essere belli belli e ricchi ricchi, che ce ne volete fare una colpa??

robymono

Al Voto!

Peccato non essere a casa il 12 e il 13 Giugno .Dopo che Viddalba è dichiarato comune denuclearizzato spero che si contribuisca a denuclearizzare tutta l’Italia, se no se ci mettono le centrali che ne so, a S.Maria Coghinas per esempio, che senso ha “denuclearizzare”? Io voterei sì se ci fossi. Voterei sì pure per mantenere l’acqua pubblica. E voterei si per abrogare l’immonda legge del legittimo impedimento.

Insomma il 12 e il 13 Giugno direi di sì a tutti.

Roberto Oggiano.

Discriminazioni e lavoro domestico: sfruttate due volte, doppia rabbia.

“La parità di retribuzione e’ un nostro diritto, ma la nostra oppressione e’ un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico? “ Rivolta Femminile, 1970.

Primo maggio, festa dei lavoratori, ma molte lavoratrici non conoscono feste o ferie.  Le donne che ancora hanno il fardello del lavoro domestico non ricevono nessuna adeguata attenzione. Il lavoro di cura non è un retaggio del passato ma insieme alla particolarità di tutto l’ambito lavorativo femminile richiede un adeguata analisi che rivela discriminazioni taciute.

Negli ultimi anni le gravi divaricazioni salariali tra donne e uomini – secondo i dati Istat del 2008 all’incirca del 21% – persistono senza miglioramenti, accompagnate da un generale scoraggiamento che porta una donna su due a non avere un’occupazione e neppure a cercarla ( Istat, 2009).

La lettura dei dati si fa ancor più drammatica quando si tratta di donne sposate e con figli: in un periodo di crisi in cui il precariato è la normalità, la scelta della maternità risulta quasi inconciliabile con un’occupazione senza sicurezze. Spesso uno dei motivi principali per cui le donne lasciano il lavoro, o sono licenziate, sono i figli. I nuovi contratti a scadenza mensile non hanno nessuna attenzione per la maternità. Inoltre la famiglia o la possibilità di averla vengono sempre visti come una minaccia per la produzione.

Nonostante le difficoltà nel conciliare vita familiare e lavorativa molte donne continuano a lavorare doppiamente sopportando doppia fatica, doppio stress, doppie ripercussioni sulla salute ma senza aver in cambio alcun riconoscimento o aiuto. Più della metà delle donne ha ancora il carico del lavoro domestico anche se ha un impiego: il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne ( Istat, 2009).Oltre alle classiche ‘faccende domestiche’ che lasciano poco tempo libero e occupano tante ore giornaliere e notturne, non va dimenticato che l’assistenza ai malati e agli anziani è affidata alle donne della famiglia. Continuare a parlare di lavoro domestico è ancora oggi importante e utile per spezzare il silenzio delle prigioni familiari.

Il doppio sfruttamento femminile ha alla base secolari pregiudizi che vedono la donna come predisposta principalmente alla cura e alla riproduzione, un lavoro che si pensa non faticoso  ma che dia soddisfazione. Non sono quindi ancora morti quei luoghi comuni che vogliono le donne madri, crocerossine, instancabili, accondiscendenti e possibilmente sorridenti. Tutti modelli ancora presenti nell’educazione delle bambine, nelle pubblicità e nei prodotti culturali.

Oltre alle diseguaglianze di tipo materiale bisogna ricordare le molestie sessuali e psicologiche (come per esempio telefonate oscene, pedinamenti e in alcuni casi vere e proprio aggressioni) a cui sono sottoposte le lavoratrici. Secondo i dati Istat nel 2010 sono state  842 mila le donne a subire trattamenti di questo tipo. A tali violenze è difficile ribellarsi, sotto il pressante ricatto della perdita del lavoro. In più nel periodo di crisi nei luoghi di lavoro il clima diventa più oppressivo e ricattatorio, così come i tagli ai servizi sociali giustificati dalla crisi si traducono in un aumento del lavoro di cura. Le violenze inoltre si riscontrano soprattutto nell’ambito domestico in cui le donne della famiglia oltre a lavorare senza limiti sono minacciate dagli abusi da parte degli uomini quasi sempre parenti o conoscenti della vittima.

La salute delle donne è minacciata anche dalla generale insicurezza dei luoghi di lavoro, sempre più luoghi di morte. Ultimo drammatico episodio è quello che riguarda una lavoratrice della provincia di Lecco, rimasta uccisa da un macchinario del salumificio Beretta. Le morti bianche occupano sempre meno spazio sui giornali e mai si tratta degli incidenti che riguardano le lavoratrici, nonostante secondo l’Inail sono circa un terzo le vittime femminili del lavoro. Tale dato deve essere letto in considerazione alla maggior disoccupazione femminile rispetto a quella maschile, non esiste di certo una particolare attenzione al lavoro delle donne. Negli infortuni in itinere, invece, la quota rappresentata  dalle lavoratrici, è rilevante e pari precisamente al 46,1%. Questo dato è da leggere insieme a tutto quello stress accumulato dalle donne durante il lavoro domestico. Tantissime lavoratrici prima di uscire per recarsi sul posto di lavoro hanno speso ore e fatica in pulizie, cucina, cura dei figli o del marito, e altri compiti legati alla famiglia. Rispetto ad un lavoratore una donna si riposa anche meno non trovando nella casa un luogo di pace in cui sfruttamento e fatica terminano.

Inoltre è doveroso porre l’attenzione su quei danni alla salute di cui ancor meno si parla, come la depressione, creati spesso da un doppio lavoro scontato e invisibile.  Riforme o goffi aiuti statali non aiutano di certo la posizione delle donne in ambito lavorativo e familiare. Anzi, spesso attenuano la rabbia e rafforzano i modelli maschilisti. È necessaria una rivalutazione costante dei rapporti fra generi che parta in primo luogo dalle donne che da sempre subiscono un’oppressione che, pur essendo nei secoli cambiata nelle modalità del suo manifestarsi, non accenna ad estinguersi. Perciò si ripresenta come assolutamente necessaria una riflessione delle donne, sulle donne, che non termini con la semplice negazione di un modello patriarcale, ma che apra invece la strada ad una lotta che combatta contro ogni sfruttamento.

Solo le donne insieme possono dar vita a una rivolta che non le veda più schiave e sfruttate, inserite in una società che per emancipazione intende lo  scimmiottamento di ruoli maschili. Riconoscersi e confrontarsi fra donne è importante per smantellare un sistema che preferisce ancora le donne a casa e per costruire un momento collettivo che dimostri la sua forza in ogni singola reazione contro le discriminazioni di genere.

deborah s

Voglio fare amicizia con un politico

Forse qualcuno di voi conosce dei politici. Magari li frequentate, siete andati a scuola con loro, vi scambiate gli auguri a Natale. Però io scommetto di no. I politici tendono a non frequentare gente come voi, quasi per definizione. Di solito, chi è interessato alla cultura abbastanza da leggere questa rubrica ha passato un bel po’ di tempo a fare cose che lo rendono inadatto non solo a una carriera politica, ma anche a frequentare chi la fa. Mentre voi fumavate spinelli, dormivate con chi capitava, ascoltavate i Pavement, leggevate romanzi, guardavate vecchi film e praticamente buttavate dalla finestra ogni occasione educativa possibile, loro bussavano alle porte, aderivano ad associazioni, leggevano l’Economist e stavano molto ma molto attenti a evitare situazioni e persone che avrebbero potuto metterli in imbarazzo più tardi. Erano quelli che venivano a bussarvi alla porta cinque minuti dopo il vostro arrivo al college, per chiedervi il voto alle elezioni studentesche: voi li consideravate dei tipi assurdi e ridevate di loro appena si giravano; loro vi consideravano poco seri e confusi, e vi trattavano con irritante condiscendenza ogni volta che per qualche motivo finivano nella vostra stanza. Io spero che, qualunque sia la vostra età, abbiate già fatto quanto basta per stroncare qualsiasi seria ambizione politica. Se non avete dedicato grossi pezzi di vita all’arte, all’alcol e alle droghe leggere, allora avete perso grossi pezzi di vita e non vi vogliamo qui tra noi. Andate via.

(Nick Hornby, Voglio fare amicizia con un politico da Internazionale N° 892)

Non FIATate.

“l’Accordo prevede anche 120 ore di straordinario obbligatorio (aumentabili fino a 200), a disposizione dell’azienda che le potrà utilizzare per saturare in periodi di picco nella produzione anche i periodi di riposo infrasettimanale. Le pause, a loro volta, saranno ridotte da 40 a 30 minuti, tre per turno, in ognuna delle quali il lavoratore dovrà scegliere se andare in bagno, sedersi un attimo per prendere fiato o tentare di addentare uno sneck (dal momento che la pausa mensa potrà essere spostata a fine turno e lavorare otto ore in piedi senza soste e senza mettere nulla in corpo non è sopportabile). In compenso la riduzione delle pause sarà compensata con un controvalore di 32 euro al mese, circa un euro al giorno.”

Marco Revelli, Il manifesto, 12 Gennaio 2011