Trentatrè

Ti ni scrìu una pa li trentatrè
comm’è sempri in ritaldu
ebbè com’è, midd’e tre?,
ti l’eru scriendi ma z’eru in Lumbaldu.
Una poesia dugna tre anni
pari chi sia midizina
Inviccendi, à la Huxley abrimmu li janni
a poesia e dulori di schina
“meddhu a inviccià” dizìa chiddu
chi no si sa mai cal’era
meddu a inviccià cu lu bacchiddu
che inviccià drentu a una galera
puru si ni cunnosci’unu
chi a trentratré anni, in jiru pa li cuzi
senza muttìu alcunu
l’ani presu e postu in cruzi
Ti dogu un salutu,
da l ‘Albione multogghja
a Antonello lu cuddhunutu
chi deu ti l’appogghja.

Roberto Oggiano

Anch’io

Anch’io come te non ero nato
per vedere il mare.
Come te non sono cresciuto alto,
per restare più vicino alla terra,
ai solchi caldi delle vigne
e degli orti.

Ho seguito il tuo comando,
prima con la fantasia
poi a cavallo del demone tecnologico,
sulla Queen Mary
sul Jumbo jet
il Twentieth Century.

Ho attraversato ponti trasparenti,
periferie industriali potenti
ho dormito nei grattacieli di vetro,
disegnati da Mies van der Rohe,
ondulati dal vento gelido
sul lago del Michigan.

Sono tornato a Orani,
annunziato dalle tue comari
“ricco e potente è”
hanno detto,
“meschino”, hai risposto,
“costretto a vivere in terre straniere”.

(Memorie di Orani, Costantino Nivola – Ilisso,2003)

Il raschino

Credi che il pessimismo
sia davvero esistito? Se mi guardo
d’attorno non ne è traccia.
Dentro di noi, poi, non una voce
che si lagni. Se piango è un controcanto
per arricchire il grande
paese di cuccagna ch’è il domani.
Abbiamo ben grattato col raschino
ogni eruzione del pensiero. Ora
tutti i colori esaltano la nostra tavolozza,
escluso il nero.

(Satura, Eugenio Montale)

No mi ti lacà

No mi ti lacà
Tocca sminticà
Tuttu si pò sminticà
Chi si ni fuji jà
Sminticà li tempi
Di li malintesi
E lu tempu paldutu
A sapì comu
Sminticà chiss’ori
Ch’ani moltu jà
A colpi di palchì
Lu cori di la cuntintesa

No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà

Eu t’araju a offrì
perli d’ea
vinuti da li lochi
undi no pioi
Araju a tarrà
fin’a la molti mea
pa carrajati
d’oru e di luci
Araju a fa una colti
undi l’amori sarà patronu
undi l’amori sarà leji
e tu sarai patrona

No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà

T’araju a invintà
parauli curiosi
chi tu arai a cumprindì
T’araju a cuntrastà
di chissi amanti
c’ani istu dui olti
li cori soi incindissi
T’arajù a cuntà
la storia di chissu re
moltu pa no aìtti
pututu incuntrà

No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà

Ani istu umbè di olti
incindissi lu focu
di l’anticu vulcano
chi cridiani troppu ecchiu
Dici chi
li tarri brujati
dàcini più simenta
che la meddhu pasca d’abbrili
E cand’arrea la sera
pa fuculà lu cielu
lu ruju e lu nieddhu
no s’arani a spusà

No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà

No mi ti lacà
No araju più a pignì
No araju più a faiddà
M’araju a cuà chi
A fijulammitti
Baddhendi e ridendi
E a ascultatti
Cantendi e ridendi
Lacami divintà
L’umbra di la to’ umbra
L’umbra du la to’ manu
L’umbra di lu tò cani

No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà
No mi ti lacà

(Cucciaroni traduci Jacques Brel in gaddhuresu)

Il genio della massa

C’è abbastanza perfidia, odio, violenza, assurdità nell’essere umano medio
per rifornire qualsiasi esercito in qualsiasi giorno

E i migliori assassini sono quelli che predicano la vita
E i migliori a odiare sono quelli che predicano l’amore
E i migliori in guerra – in definitiva – sono quelli che predicano la pace

Quelli che predicano Dio hanno bisogno di Dio
Quelli che predicano la pace non hanno pace
Quelli che predicano amore non hanno amore

Attenti ai predicatori
Attenti ai sapienti
Attenti a quelli che leggono sempre libri
Attenti a quelli che o detestano la povertà
o ne sono orgogliosi
Attenti a quelli che sono sempre pronti ad elogiare
poichè hanno loro bisogno di elogi in cambio
Attenti a quelli pronti a censurare
hanno paura di quello che non sanno
Attenti a quelli che cercano continuamente
la folla; da soli non sono nessuno
Attenti agli uomini comuni alle donne comuni
attenti al loro amore, Il loro è un amore comune
che mira alla mediocrità

Ma c’è il genio nel loro odio
c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti
per uccidere chiunque.
Non volendo la solitudine
non concependo la solitudine
cercheranno di distruggere tutto ciò
che si differenzia da loro stessi.
Non essendo capaci di creare arte
non capiranno l’arte.
Considereranno il loro fallimento, come creatori,
solo come un fallimento del mondo intero.
Non essendo in grado di amare pienamente
considereranno il tuo amore incompleto
e poi odieranno te
e il loro odio sarà perfetto.

Come un diamante splendente
Come un coltello
Come una montagna
Come una tigre
Come cicuta

La loro arte
più raffinata.

Charles Hank Bukowski

Il n’y a pas d’amour heureux

Rien n’est jamais acquis à l’homme Ni sa force
Ni sa faiblesse ni son coeur Et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce
Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie Elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
A quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désoeuvrés incertains
Dites ces mots Ma vie Et retenez vos larmes
Il n’y a pas d’amour heureux

Mon bel amour mon cher amour ma déchirure
Je te porte dans moi comme un oiseau blessé
Et ceux-là sans savoir nous regardent passer
Répétant après moi les mots que j’ai tressés
Et qui pour tes grands yeux tout aussitôt moururent
Il n’y a pas d’amour heureux

Le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard
Que pleurent dans la nuit nos coeurs à l’unisson
Ce qu’il faut de malheur pour la moindre chanson
Ce qu’il faut de regrets pour payer un frisson
Ce qu’il faut de sanglots pour un air de guitare
Il n’y a pas d’amour heureux

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs
Il n’y a pas d’amour heureux
Mais c’est notre amour à tous les deux

 

Louis Aragon (La Diane Francaise, Seghers 1946)

Fêtes de la faim

Ma faim, Anne, Anne,
Fuis sur ton âne.

Si j’ai du goût, ce n’est guères
Que pour la terre et les pierres.
Dinn ! dinn ! dinn ! dinn ! Mangeons l’air,
Le roc, les charbons, le fer.

Mes faims, tournez. Paissez, faims,
Le pré des sons !
Attirez le gai venin
Des liserons ;

Mangez
Les cailloux qu’un pauvre brise,
Les vieilles pierres d’église,
Les galets, fils des déluges,
Pains couchés aux vallées grises !

Mes faims, c’est les bouts d’air noir ;
L’azur sonneur ;
– C’est l’estomac qui me tire.
C’est le malheur.

Sur terre ont paru les feuilles !
Je vais aux chairs de fruit blettes.
Au sein du sillon je cueille
La doucette et la violette.

Ma faim, Anne, Anne !
Fuis sur ton âne.

Arthur Rimbaud

Il P.C.I. ai giovani

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

Pier Paolo Pasolini

Desolation Road

Il tuo articolo l’ho letto proprio ieri
ci hai messo dentro tutto quel che sai
ma non essere ridicolo
non chiedermi “come stai”,
questa gente di cui mi vai parlando
è quasi gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
e né tanto meno eroi
e non mandarmi altre bozze da correggere
nessuno ti risponderà
se non provi a spedirmi i tuoi articoli
da via della Povertà