33 Torino Film Festival e International Rotterdam Film festival 2016

Alcuni articoli che ho scritto per Cineuropa.org durante il 33 TorinoFilm Festival e l’International Film festival di Rotterdam 2016

 

Colpa di comunismo (TO)

http://www.cineuropa.org/nw.aspx?t=newsdetail&l=it&did=302364

 

Mia Madre fa l’attrice (TO)

http://www.cineuropa.org/nw.aspx?t=newsdetail&l=it&did=302076

The Lady in the Van (TO)

http://www.cineuropa.org/nw.aspx?t=newsdetail&l=it&did=302179

Lo Scambio (TO)

http://www.cineuropa.org/nw.aspx?t=newsdetail&l=it&did=302269

History’s Future (RDM)

http://www.cineuropa.org/nw.aspx?t=newsdetail&l=it&did=304595

Oscuro Animal (RDM)

http://www.cineuropa.org/nw.aspx?t=newsdetail&l=it&did=304715

The Land of The Enlightened (RDM)

http://www.cineuropa.org/nw.aspx?t=newsdetail&l=it&did=304812

 

Connaissez-vous Chabrol?

In occasione della proiezione de Le Beau Serge di Claude Chabrol al cinema Massimo di Torino, ho recuperato un vecchio numero dei Cahiers du cinèma dell’Ottobre 2010, quasi interamente dedicato al grande regista francese dopo la sua scomparsa, avvenuta un mese prima. Nell’editoriale di Stéphane Delorme dal titolo Chabrol méconnu, si insiste su quanto sia poco conosciuta l’opera di Chabrol, che consta di circa 50 titoli, e non venga considerata nella sua interezza. Il numero poi prosegue con varie interviste a quelle che sono state les femmes fatales nei suoi film e della sua vita, come di solito accadeva ai registi della Nouvelle Vague: Bernadette Lafont (Le Beau Serge, À double tour, Les bonnes femmes, Les godelureaux, Violette Nozière, Inspecteur Lavardin, Masques) Stéphane Audran, sua moglie (fra i tanti Les Cousins, Les bonnes femmes, Les godelureaux, L’Œil du Malin, Landru, Les Biches, La Femme infidèle) e Isabelle Huppert, che ha girato con lui 7 film (da Violette Nozière a L’ivresse du pouvoir, passando per Madame Bovary) che raccontano il loro rapporto professionale con Chabrol rivelandone aspetti ancora nascosti. Così come tenta di fare Chabrol plan par plan, un articolo che sceglie sei esempi di altrettanti film per mostrare la messa in scena accurata del regista guardiano della dottrina hitchcock-hawksiana, nata dai deliri (rigorosi, ma pur sempre deliri) dei giovani turchi della nouvelle vague. Abbandonata la penna dei Cahiers per passare alla macchina da presa, il giovane Claude (26 anni) dopo aver girato i suoi primi due film torna a scrivere in occasione dell’uscita numero 100 della storica rivista francese. Lo fa con un articolo intitolato Les petits sujets confrontando un grande soggetto, chiamato L’ Apocalypse de notre temps con uno piccolo a cui da il nome di Une querelle entre voisins. I due soggetti, alla fine dell’articolo, corrisponderanno (seppur con qualche modifica) a due pellicole: il soggetto maggiore è La fine del mondo film americano del 1959, il minore Le Beau Serge. Con l’articolo, Chabrol vuole attaccare il cinema francese ambizioso, pomposo, che fa il verso a quello americano: il cinema della cosidetta “Qualité française”. Una sorta di manifesto della nouvelle vague, che con questa conclusione, illumina:

“À mon avis, il n’y a pas de grands ou de petits sujets, parce que plus le sujet est petit, plus on peut le traiter avec grandeur. En vérité, il n’y a que la vérité.”

Videoclips

Stamane due videoclips di Harmony Korine, regista californiano in concorso a Venezia con Spring Breakers, film che racconta un’altro tipo di sogno americano, fatto di soldi droga e hip-hop.

Il primo video è dei Black Keys: l’estetica anni 80 e i protagonisti del video vi suggeriranno quale sia lo stile adottato dal regista nei suoi film.

 

Il secondo video è di un gruppo hip-hop sudafricano, Die Antwoord. In entrambi i clips gli artisti impersonano persone ai limiti della società, malati, brutti, soli. Personaggi che appunto vorremmo vedere solo nei film di Harmony Korine, o di Ciprì e Maresco se l’America ci sembra troppo lontana.

Charlot l’acchiappa-animali

Au village sans pretention, j’ai mauvaise reputation.
Utilizzo le parole di Georges Brassens per raccontare che probabilmente au village, neanche io debba godere di buona reputazione dato che il mio travestimento di Charlie Chaplin è stato scambiato con Jack Lo Squartatore.
Che poi Jack Lo Squartatore l’ha mai visto qualcuno (non il film, il personaggio, dico)?
Riuscireste a immaginare due figure più distanti?
Il povero Charlot, il disadattato per eccellenza, scambiato per un feroce assassino senza volto.
Chissà cosa ne avrebbe pensato Andrè Bazin, il critico cinematografico francese che sui baffetti di Charlot ci scrisse un saggio “Pasticcio e posticcio o il nulla per dei baffetti” accusando il povero Adolf Hitler di aver rubato i baffi a Charlot.
Insomma tutto questo per dire che la maschera che pensiamo di portare non è mai uguale a quella che gli altri pensano che portiamo. Neanche a carnevale. E in effetti poi, vestiti da Charlot, ad Agosto, anche se è carnevale, fa sempre caldo.

Cinema Muto per forza

Anche nel cinema delle origini i soliti cittadini onesti e perbene oltre a evocare la censura (il celebre deputato Avellone si schierò contro il cinema tout court) si preoccuparono di destinare gli apparecchi fotografici a scopi tutt’altro che spettacolari. Ce lo racconta Gian Piero Brunetta nel suo “Storia del cinema Italiano – I. Il cinema muto 1895-1929” dove cita un articolo di C. Nasi apparso nella Gazzetta di Torino del 1896.
“Tra le tante applicazioni possibili, una mi viene in mente. Dotare di una macchinetta ad hoc i funzionari di P.S. destinati a presenziare, ad esempio, le fasi di certe dimostrazioni piazzaiole…
Per certe dimostrazioni in America hanno già adottato il sistema della pompa indraulica a getto persuasivo. Perchè non combinare insieme i due sistemi? La fotografia per reprimere e l’acqua per prevenire! L’ideale della tranquillità sociale”

Fa sorridere vedere come più di cento anni fa le geniali menti perverse di alcuni personaggi amanti della sedicente morale comune abbiano dato il la ai sistemi di repressione utilizzati tutt’ora dalla polizia di tutto il mondo.
Ma in epoca ante-guerra non mancavano le menti illuminate o i semplici cittadini che affidano le proprie opinioni a riviste specializzate. La Vita Cinematografica infatti oltre ad ospitare sulle proprie pagine il celebre intervento del già citato Avellone riporta nello stesso numero la curiosa opinione di un certo D. Borrelli sul vestito, assai stretto, che lo Stato aveva intenzione di far indossare alla nascente arte del cinema.
“la retorica da educanda ha fatto il suo bravo tempo… che la vita non è scuola e non è collegio e non è sempre una professione di austerità, di morigeratezza assoluta e inflessibile.”
In cent’anni il cinema si è evoluto, siamo addirittura arrivati al 3D. Che si possa evolvere anche l’umanità intera così velocemente?

Quaderno primo

Conosco anch’io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così; questo e quest’altro da fare; correre qua, con l’orologio alla mano, per essere in tempo là. – No, caro, grazie: non posso! – Ah si, davvero? Beato te! Debbo scappare… – Alle undici, la colazione. – Il giornale, la borsa, l’ufficio, la scuola… – Bel tempo, peccato! Ma gli affari… Chi passa? Ah, un carro funebre… Un saluto, di corsa, a chi se n’è andato. – La bottega, la fabbrica, il tribunale…
Nessuno ha tempo o modo d’arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopratutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare.

(Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio Operatore, 1925)

Funny Michael

Mi ricordo che un giorno feci vedere, ai miei amici del paesello, Funny Games. Loro, i miei amici dico, non sono esperti di cinema, e parlano durante il film, commentano, e si raccontano la fine a vicenda. Comunque mi ricordo i commenti di quella sera: “tu sei completamente malato”, i sarcasmi “il prossimo film lo sceglie Roberto” e le battute varie di loro, gli amici, abituati ai blockbuster. Chissà se se lo immaginano che Michael Haneke, dopo la seconda vittoria a Cannes, e dopo parecchie opere ben riuscite, è entrato nel novero dei registi più grandi, nonostante Funny Games ai miei amici non sia piaciuto granchè (anche se in realtà, alla fine del film, non facevano altro che chiedersi e chiedermi se avessi delle uova). Io comunque il dubbio a questi miei amici glielo lascio, tanto alla fine i premi, per chi non li vince, non hanno poi così tanta importanza.