Il pericolo è nel bosco.
Marta prova a scappare, dopo aver creduto che fosse il paradiso perduto, ma svegliandosi scopre che il sogno è divenuto un incubo.
Martha è stata Marcy May. Martha è stata Marlene. Credendo di cambiare nome, e cambiare vita, si ritroverà a fare i conti col passato.
Nell’oasi di una casa di campagna che Martha divide con degli altri orfani, niente accade di ciò che dovrebbe. La ricerca di una nuova famiglia, al posto di un’altra lasciata per necessità o per egoismo, si rivela un fallimento. Sean Durkin sceglie di cominciare il film con la fuga della ragazza dalla comune per ritovare sua sorella, che non vede da due anni.
Quei due stessi anni passati in campagna che ritornano puntualmente grazie al montaggio ritmato da flashback che fanno alternare e coincidere situazioni di vita presenti e passate. La fuga quindi non porta in sé la soluzione e l’ennesimo cambiamento è miserabilmente fallito lasciando posto alla disperazione.
Martha arriva nella casale abbandonato con la speranza di trovare delle nuove regole che finiranno per somigliare alle vecchie. Le prove di fiducia richieste per entrare a far parte della setta non portano i suoi frutti: l’autorità che si voleva vinta e appartenete al passato ritorna con il suo carico di violenza intrinseca nella persona di Patrick, il capo spirituale.
La guida emblematica pretende la verginità degli adepti, una sorta di ius primae noctis moderno che si configura come un ritorno al passato nelle sue forme più becere, mascherato dietro pratiche più tradizionali: l’agricoltura e l’abbandono della tecnologia, considerata deviante.
Mercy May diviene il nome che assume nella setta, Marlene è il nome usato da tutti i membri quando rispondono al telefono.
I nomi declinano l’dentità: Patrick vìola due volte Martha prendendosi la verginità e il nome.
Il personaggio passa da Martha a Marcy May a Marlene in funzione dei suoi stati mentali.
Il film gioca su questo effetto di alienazione del personaggio che non trova spazio né nella comune,
dove le si si rimprovera, a volte con violenza, di non essere all’altezza, né nella casa della sorella dove ha dei frequenti scontri col cognato.
Fra questi , ci si legge la contraddizione dei frequenti furti operati dalla setta, quando lei gli rimprovera di pensare troppo alla carriera e lui ribatte rinfacciandogli l’ospitalità materiale concessale. Martha critica lo stile capitalista e carrieristico del cognato ma non ne ha un altro da opporre che sperava di trovare nelle vita comunitaria della setta.
Ma i due mondi (reale/simobolico) non sono così lontani l’uno dall’altro, e la paura di Martha la spinge a chiedere a sua sorella la distanza geografica per assicurarsi che sia abbastanza lontano.
Il trait d’union visuale tra la vita nella setta e il periodo passato dalla sorella si trova nei frequenti raids dei membri in varie ville borghesi, delle quali gli ambienti somigliano alla casa sul lago nella quale Martha torna per cercare tranquillità.
La casa borghese è uno dei tre luoghi della geografia del film assieme alla campagna e alla clinica dove viene condotta Martha alla fine del film. Quest’ultimo luogo resta sconosciuto, ma non lo si creda meno violento degli altri.
In questi luoghi/stati, la difficoltà di Martha a trovare il suo posto è causata dalla paura di gestire una situazione complessa; la paura del comando. Tutto ciò è mostrato con l’espediente narrativo del giro in motoscafo che Martha fa con suo cognato: dopo aver guidato per qualche secondo lascia il volante cedendo il passo al timore.
Il suspense del film è dato dall’inizio con l’alternanza del viso inquieto di Martha a situazioni serene vissute in campagna. Mano a mano che la pellicola avanza si scoprono i motivi che hanno destabilizzato la protagonista e i fantasmi che ritornano: allucinazioni e incubi che sembrano talmente veri da confondersi con la memoria e che inducono lo spettatore a chiedersi fino a quanto il passato continuerà a perseguitarla.
Il regista sceglie di terminare il film con una seconda fuga: il lungo piano finale ci mostra la protagonista che si guarda alle spalle , ma come nel primo tentativo il passato torna con forza.
Così il primo lungometraggio di Sean Durkin da l’impressione di un film ben riuscito ma con qualche elemento forzato: la descrizione della vita comunitaria cade talvolta nel cliché ed è facilmente prevedibile. Malgrado tutto l’opera sa trascrivere bene l’abbandono delle ideologie del passato e il malessere di una generazione che non si accontenta di seguire la strada già tracciata ma tenta con difficolà di reinventare un altro modo di vivere.

La fuga di Martha (Martha Marcy May Marlene, 2011) – Sean Durkin

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...