In Belgio. Certo che se a 26 ti ritrovi in Belgio la vita è proprio strana, a meno che tu non sia belga. “dai Cucciarò raccontaci il Belgio”. La prima cosa che racconterei sono le puttane in vetrina, dietro la stazione, in quel bordello a cielo aperto che è Liegi. Ad ogni ora del giorno sono pronte ad accoglierti. Ovvio che ciò implichi la fatidica domanda: “e tu? ci sei andato?” Si potrebbe obiettare che le donnacce, le donnine, le professioniste dell’amore, siano uguali a tutte le latitudini del mondo, ma al bar un giorno un saggio mi suggerì che nelle puttane oltre al sesso ci si cerca un po’ di folklore e io feci mia questa massima. Già mi piace pensare che nelle puttane ci si cerca. Un’altra massima ve la spiattello subito: se siete vicini a un porto o a una stazione state certi che lì troverete un po’ d’amore.

Dicevamo del Belgio, prima che tutto andasse a puttane: cosa dovrebbe avere di diverso dalla Sardegna il Belgio se non il clima? Qui la gente beve uguale, scopa uguale, e mangia uguale più o meno. Quante volte mi son sentito dire che non bevo come un belga? Forse un po’ meno di quante volte mi son sentito dire che non bevo come un sardo. Insomma a quanto pare bere non basta mai per avere una patria.

Che Liegi fosse mafiosa e trafficona me ne sono accorto subito, prima ancora di sapere che la seconda comunità di stranieri presente è quella italiana, che è già un bel dire. Locali aperti ad ogni ora, negozi che aprono e spariscono dopo una settimana, traffici loschi, regole non rispettate, catenine d’oro e chiese. In mezzo a tutto questo can can ho amato, perso, pianto e vissuto per circa un anno. E non è ancora finita.

Ho vissuto in un quartiere, Jonfosse, costruito durante la rivoluzione industriale per alloggiare gli operai, con i mattoni rossi e la desolazione imperante e ho capito come mai si tenda spesso al suicidio in questo piccolo pezzo di mondo. Se ne parla in continuazione, ci si scherza su ed è praticato in mille modi: buttarsi nella Meuse, tagliarsi le vene, impiccarsi. Il più grande scrittore di Liegi, George Simenon, ne scrisse un romanzo: “Le pendu de St. Pholien” prendendo spunto dalla vicenda di un giovane pittore che si impiccò nella chiesa di St.Pholien.

Non che la vita manchi qua, delle donne e dell’alcool ve ne ho già parlato. Ad Anversa il prodotto tipico è il gin, è una città di porto e anche lì i marinai hanno da divertirsi.

Eppure ci son certi giorni in cui la vita non è un granchè, sopratutto se fai l’operaio durante la rivoluzione industriale, e allora il passo è breve. Un film di un regista belga quest’anno ha vinto il festival del cinema di Roma ed era ambientato in una clinica per suicidi.Insomma se volete suicidarvi non perdete tempo: venite in Belgio.

Oltre a darsi la morte i Belgi sono bravi in niente, anche perchè assurgere un popolo intero a una determinata categoria mi ricorda vagamente il nazismo. Il Belgio a detta dei belgi è strano. Come è strana la Vallonia per i Fiamminghi e le Fiandre per i Valloni..quando piove “ah c’est la Belgique”…non c’è governo “ah c’est la Belgique”…si suicida qualcuno “ah c’est la Belgique”. In generale i Belgi amano andare in vacanza in Spagna e raccontare le loro vacanze spagnole come le vacanze più belle del mondo. “io adoro la Spagna” ti dice il belga medio, bè “io no”. Baudelaire invece diceva che le donne belghe sono brutte: ma in che diavolo di bordelli sei stato vecchio Charles!

Ho ancora qualche mese da trascorrerci, vi aggiornerò ancora se anche io non mi farò prendere dalla smania dei coltelli, di un tuffo nel fiume o dell’impiccagione.

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3 pensieri su “Il Belgio, i belgi, le belghe

  1. per alcuni minuti tutto attorno è svanito,mi è sembrato di averti accanto e mentre ti ascoltavo
    cercavo nel tuo sguardo,un segno ,un sorriso all’autoironia che da sempre ti accompagna,spero che tutto proceda per il meglio,un grandissimo abbraccio ciao beppe ,

  2. ciao sono beatrice grazie a questa tua forse molti comprenderanno che non tutti i mali sono in italia !!!!!!vivendo 30 anni in belgio!!ti capisco, hai spiegato molto bene quello che io tento di spiegare!!!!!sono scappata giusto in tenpo per non prendere la corda!!!!adesso sono in italia e finalmente se nto la vita scorrermi nelle vene!!!!!torna presto

  3. Gabriele d’Annunzio ambienta uno dei suoi romanzi a Guardiagrele, comune sperduto tra le vette ormai addolcite della Maiella, ammasso montuoso che non a caso porta con sè un pò di sfiga Ma-iella. Guardiagrele è stata per lungo tempo il comune con più siucidi in Italia, con un’alta percentuale di matrimoni tra i membri della stessa famiglia. L’incesto era, o forse è addirittura, considerato strumento per preservare l’integrità della comunità. E allora si produceva una sorta di gene deforme, malsano, che si trasmetteva tra gli abitanti: forse il gene della non sopravvivenza? Mi verrebbe da dire…
    Ti invito a farti un giro in questo posto. Al posto delle fabbriche ci sono artigiani che lavorano il ferro e il legno, non ci sono puttane, perlomeno non agli angoli delle strade o in vetrina, ma nelle strade, sarà forse la suggestione dannunziana e la montagna sfigata, aleggia un’aria malsana. Sarà il posto o gli uomini? C’era chi – e non dico chi perchè poi magari, il mio pensiero sembrerebbe perdere validità a causa di un latente accademismo – diceva che il posto in cui sinasce ti condiziona, e condiziona le tue scelte: forse anche i tuoi neuroni!
    “…Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d’esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell’animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermità mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non piccola ammirazione considerando che tu ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da altra parte abbi ordinato che l’uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati, e infelicità maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse bastevolmente misera per l’ordinario); tu non hai dato all’uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e per grandezza. Ne’ paesi coperti per lo più di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria. Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l’uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all’una o all’altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono”
    La tua era un’ode alla vita? Oppure un ridimensionamento della morte presente in quei luoghi in cui decidiamo di far risiedere la nostra anima? Oppure niente di tutto questo? Oppure tutto questo?

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