“Mio padre” scrisse Fedor Kostantinovic rievocando quel periodo “non solo mi insegnò molte cose, ma impostò il mio stesso modo di pensare, così come si imposta la voce di un cantante, la mano di un pianista. Ecco perchè ero alquanto indifferente alla crudeltà della guerra; arrivavo ad ammettere che potrebbe esserci un certo fascino nella precisione di un colpo di fucile, nel rischio di una ricognizione, nella delicatezza di una manovra, ma questi piccoli piaceri (che per di più sono molto meglio rappresentati in altre specialità sportive come la caccia alla tigre, la “battaglia navale”, la boxe, ecc.) non compensavano in alcun modo la tetra idiozia propria di ogni guerra”

Il Dono, Vladimir Nabokov, 1952

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