Riporto integralmente l’intervento del sindaco di Bortigiadas Emiliano Deiana, nel convegno svoltosi a Cagliari dal titolo “Criminalità organizzata in Sardegna” il 1 Luglio 2010. Mi preme sottolinearne alcune parti (in grassetto).

Buonasera a tutti, innanzitutto un ringraziamento agli organizzatori che hanno deciso di invitarmi a questo importante e qualificato Convegno: inconsapevolmente, credo, hanno reso felice un “Sindaco di campagna”, come me. Dubito, difatti, che fossero a conoscenza di una mia “artigianale” passione rivolta alla conoscenza dei fenomeni della criminalità organizzata in particolare di quelli relativi a Cosa Nostra siciliana. La mia formazione umana, civile e politica è stata grandemente influenzata dall’esempio di tanti “eroi normali” che hanno pagato con la vita la scelta di rendere “meno schifoso”, per dirla con Wim Wenders, lo stato delle cose. Potrei parlare a lungo delle figure di magistrati come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonio Scopelliti o Rosario Livatino; di poliziotti come Boris Giuliano, Beppe Montana o Ninni Cassarà; di servitori dello Stato come Carlo Alberto Dalla Chiesa o Giorgio Ambrosoli; di giornalisti come Beppe Alfano, Mario Francese, Beppe Fava, Mauro Rostagno o Peppino Impastato; di politici come Piersanti Mattarella o Pio La Torre. Oppure potrei parlare con competenza “ossessiva” della prima e della seconda guerra di mafia, del “sacco di Palermo, dei corleonesi, del ruolo della corrente andreottiana in Sicilia, di Salvo Lima e Vito Ciancimino, della mancata perquisizione della casa di Via Bernini dove ha vissuto Totò Riina fino al suo arresto, della stagione delle stragi, della trattativa fra Stato e Mafia del 1992/1993, del “papello” e di tante altre cose. Meno romanticamente, tuttavia credo che gli organizzatori mi abbiano chiesto di intervenire in questo convegno per via della mia funzione e della mia provenienza geografica: sono Sindaco nel ricco, sospetto e laterale Nordest di casa nostra, la Gallura. Tutte le analisi socio-economiche confermano che esistono vari tipi di sardegna: le aree urbane, le aree costiere, le aree rurali e le aree insulari. Nelle aree urbane, dove vive la maggioranza della popolazione sarda, si annidano, oltre a grandi opportunità, anche sacche sempre crescenti di povertà, di disagio e di emarginazione. Il lavoro, la casa e un sistema di welafre e di protezione sociale rappresentano le grandi emergenze dei contesti urbani. Nelle aree costiere, dalla seconda metà degli anni ’60, insieme allo sviluppo turistico, è nata un’economia, legata soprattutto al mattone, che ha tratto giovamento da questa espansione. Troppo spesso si è confuso il cemento con il turismo e si sono prodotte comunità senza identità, senza consapevolezza di sé, senza una prospettiva che non sia quella della prossima stagione balneare. L’assalto al Piano Paesaggistico, con le annunciate modifiche e il cd Piano-Casa (che spero si trasformi presto nel Piano “A” casa), ricalcano uno schema che oggi non appare rispondente alle esigenze della modernità. La violazione, autorizzata dal Piano Casa, del limite dei 300 metri dal mare per gli ampliamenti rappresenta un segnale sbagliato che le future generazioni pagheranno a carissimo prezzo. Nelle aree rurali, salvo qualche raro esempio, si assiste a un lento quanto inesorabile fenomeno di “desertificazione umana”. Paesi di anziani, senza futuro, i pochi giovani cercano fortuna altrove sperimentando una nuova stagione di emigrazione. È tuttavia in questi paesi che si conservano i valori più autentici della nostra regione: l’attaccamento alla terra, una socialità di prossimità o di “vicinato”, il rispetto degli anziani, la sacralità dell’ospite, il rispetto e la tutela, tanca per tanca, della natura e dell’ambiente. Bortigiadas è uno di questi paesi che tutti i giorni, giorno dopo giorno, sperimenta la fatica di sopravvivere. Bortigiadas è un’isola all’interno di un territorio, la Gallura, che è stata investita negli ultimi 40 anni da una mutazione genetica che ha trasformato il modo di vivere e di pensare di intere comunità. È in Gallura che è nata l’applicazione pratica di un’idea tumorale che è quella della città lineare: sono depositate nella sede della Provincia di Olbia-Tempio le carte tematiche degli insediamenti sulla costa. Se avrete occasione di farveli mostrare saprete come è cresciuta in pochissimo tempo la metastasi. Qualcuno, in questa nostra terra, immagina la Sardegna come “Quartiere residenziale d’Europa” e la città lineare estesa a tutte le nostre coste con il “deserto umano e sociale” all’interno. A volerla vedere con freddezza sembra che in Sardegna ci sia stata, con connivenze di tutti i tipi, una strategia tesa a svuotare l’interno per creare comunità vecchie, stanche, senza ricambio per depredarle delle risorse naturali: foreste, vento, sole, acqua, sabbia, pietre, massi. Il conseguente inurbamento verso le aree metropolitane di Cagliari, Sassari e Olbia sta facendo il resto: comunità sfilacciate, emarginazione, povertà nuova e vecchia, disoccupazione, solitudini. Poi, sulla costa, il Quartiere Residenziale d’Europa. Un quartiere chiuso dieci mesi all’anno, senza popolo né anima. Si immagina una Sardegna prona alle influenze esterne con un popolo museale vestito a maschera, col pastorello, la pecorella, la gonna lunga, il fazzoletto, la vendetta, l’archibugio, il finto sequestro per rinverdire i fasti del banditismo. Ma per far cosa? Naturalmente per allietare la permanenza dei ricchi turisti: l’idea del grande “sagrificio”, dei maloreddus barilla, del cinghiale d’allevamento, del formaggio prodotto a Taiwan dev’essere l’attrazione mentre la vita vera di un popolo, della gente normale è posta ai margini, nascosta, come per un senso di vergogna. Noi sardi dobbiamo essenzialmente recitare la nostra parte di popolo senza mai affermare noi stessi, dobbiamo sentirci non uomini e donne, ma individui indistinti anche a casa nostra. Siamo dentro a un gigantesco Thruman Show, siamo un popolo narcotizzato dalla bruttezza, dall’osceno, dall’orrido dell’umano. Ma cosa c’entrano tutte queste cose col tema del convegno? Io credo che quando un popolo, una comunità perdano la coscienza di sé, della propria identità, del proprio codice genetico possa accadere di tutto. Ecco perché la criminalità organizzata decide di investire in Sardegna, nel mattone, nelle cave, nell’eolico e nelle energie rinnovabili in genere. La Sardegna è il luogo ideale per questo genere di investimenti che servono essenzialmente per riciclare il denaro sporco e immetterlo nell’economia legale. È questa un’azione di doping economico che uccide le imprese sane, i costruttori che hanno rispettato le regole e costruito con criteri e tipologie edilizie che non violentassero i luoghi e la vista, a coloro i quali, onestamente, vogliono sviluppare le energie pulite, per non dipendere dal petrolio o dal nucleare. La criminalità organizzata introduce ingenti somme di denaro accumulato da proventi illeciti (droga, traffico di rifiuti, traffico d’armi, usura) e li immette nell’economia legale, avvalendosi di personaggi insospettabili, per farli fruttare in investimenti assai remunerativi. Qualcuno il 1 novembre 1974 scriveva: Io so, ma non ho le prove. Anche noi tutti sappiamo, ma non abbiamo neanche noi le prove. * “Noi sappiamo. Ma non abbiamo le prove. Non abbiamo nemmeno indizi. Noi sappiamo non perché siamo intellettuali, ma perché usiamo l’intelletto: cerchiamo di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; coordiniamo fatti anche lontani, rimettiamo insieme i pezzi disorganizzati e frammentati in un coerente quadro politico, che ristabilisce la logica dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del nostro dovere di cittadini. Crediamo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia attinenza cioè con la realtà e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Quello che andrò a raccontare non è la realtà, ma un ipotesi: un “progetto di romanzo”, come diceva Céline “viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai.E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.” ** Noi non sappiamo il nome dell’insospettabile personaggio che è partito da Partinico, da Platì o da Castelvolturno con un’anonima valigetta nera. Noi non sappiamo il nome, ma sappiamo che è partito. Noi non sappiamo il nome dell’alto funzionario di una banca svizzera che accoglie l’uomo partito da Partinico, da Platì o da Castevolturno e prende in consegna l’anonima valigetta nera. Noi non lo sappiamo il nome di quel funzionario, ma sappiamo che esiste. Noi non sappiamo il nome della Società di Import-Export acquistata dall’insospettabile personaggio partito da Partinico, da Platì o da Catelvolturno e intestata a compaesani che sulla Carta di Identità hanno scritto “disoccupato”, ma in realtà sono i killer preferiti del Capo clan. Noi non sappiamo il nome dell’ignaro proprietario terriero che sta vendendo i suoi terreni agricoli a poche centinaia di metri dal mare, attraverso un improbabile Geometra, a una società di Import-Export che ha sede in Svizzera. Non sappiamo il nome, ma sappiamo che non alleverà più i suoi capi di bestiame su quei terreni. Noi non sappiamo il nome del Geometra, ma sappiamo che ha fatto le superiori col fratello di un Consigliere Comunale. Noi non sappiamo i nomi, ma sappiamo che da qualche parte in Sardegna stanno brindando. Noi non sappiamo il nome dell’Assessore, ma sappiamo che quei terreni passeranno da agricoli a edificabili attraverso una variante allo strumento urbanistico con il voto favorevole anche del capo dell’opposizione a cui consentiranno di edificare un capannone nella zona artigianale bloccato da almeno cinque anni. Non li sappiamo i nomi, ma sappiamo che l’Assessore e il Capo dell’opposizione si sono incontrati in un parcheggio fuori mano e si sono stretti la mano calorosamente. Noi non sappiamo il nome del funzionario regionale che ha dato il parere positivo alla cinquantesima variante al Programma di fabbricazione di quel Comune, ma sappiamo che si è laureato nella stessa sessione del Capo dell’Ufficio Tecnico e che ha il vizio della coca. Noi non sappiamo il nome dell’architetto che ha predisposto lo studio di fattibilità per la costruzione del villaggio su quei terreni che da agricoli sono diventati edificabili, ma sappiamo che nel suo studio lavora la figlia dell’ex Sindaco. Non sappiamo il nome dell’Architetto né dell’ex Sindaco, ma sappiamo che entrambi fanno parte di una Associazione che si incontra periodicamente in una villa isolata. Noi non sappiamo il nome di un altro geometra che sta freneticamente tentando di convincere il Sindaco di un Comune di 200 anime a firmargli la concessione per l’apertura di una cava di sabbia. Non sappiamo il nome del Geometra, ma sappiamo che la macchina di quel Sindaco ha bruciato qualche giorno dopo. Noi non sappiamo il nome del titolare di un impianto di calcestruzzi, ma sappiamo che non naviga in buone acque. Non si sa come, non si sa perché, ma incontra il geometra che voleva aprire la cava di sabbia che gli svela il segreto: più sabbia e meno cemento. Non sappiamo il nome, ma sappiamo che nella prossima gettata ci sarà meno cemento e più sabbia. Noi non sappiamo il nome del titolare di una ditta di movimento terra, ma sappiamo che per acquistare l’ultimo modello di Caterpillar si è indebitato e non riesce più a pagare le rate. Non sappiamo come si chiama, ma sappiamo che ha chiesto aiuto all’Architetto. Gli ha risposto di non preoccuparsi che fra poco inizieranno i lavori. Noi non dobbiamo immaginare che l’insolito personaggio partito da Partinico, Platì o Castelvolturno, il funzionario della banca svizzera, i killer, il Capoclan, il Geometra, l’assessore, il capo dell’opposizione, il funzionario regionale, il Tecnico comunale, l’Architetto, l’ex Sindaco, la figlia dell’ex Sindaco, i membri dell’associazione, l’altro geometra, il titolare dell’impianto di calcestruzzi e il titolare della ditta di movimento terra si incontrino in qualche località segreta per programmare le loro attività. In realtà il “Sistema” nasce e si sviluppa dove ci sono le condizioni generali affinchè ci sia la saldatura fra diversi interessi. Le condizioni sono determinate dall’assenza pressoché totale di controllo sociale da parte di una comunità senza identità, senza consapevolezza di sé e dei valori di riferimento che regolano il vivere associato. La malavita organizzata “fiuta” dove esistono queste condizioni favorevoli e orienta i propri investimenti in tal senso stringendo accordi e utilizzando “personale” locale, parallelo alla pubblica amministrazione o contiguo o interno, che si muove sul territorio permeandolo e inquinandolo. Per tacitare il territorio basta dare un po’ di lavoro, ai muratori, ai cottimisti, agli imbianchini, ai falegnami, ai carpentieri, ai giardinieri, alle donne delle pulizie. Si ottiene consenso sociale attraverso il bisogno. Il “progetto di romanzo”, così come molti di noi l’hanno pensato, non è un’accusa a un intera classe dirigente politica o imprenditoriale. È piuttosto un grido d’allarme, un’indicazione di un pericolo che vediamo profilarsi con contorni sempre più netti. Non è vero che non esistono amministratori o funzionari pubblici onesti, non è vero che non esistono imprenditori che rispettano le regole, non è vero che non esistono professionisti con un alto senso etico. Se diciamo le cose che diciamo, se avvertiamo un pericolo, se profiliamo delle ipotesi (confermate da indagini della magistratura inquirente) lo facciamo per difendere gli amministratori e i funzionari onesti, per preservare la buona imprenditoria, per sostenere i bravi professionisti. Se diciamo, come diciamo, queste cose è per l’amore che portiamo alla nostra terra, non per alimentare facili sospetti o illazioni. Paolo Borsellino diceva, riferendosi a Palermo, “la mia città non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”, altrettanto possiamo dire tutti noi della Sardegna. Amiamola per poterla cambiare. Grazie!

EMILIANO DEIANA
* Pier Paolo Pasolini
** Louis-Ferdinand Céline

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Un pensiero su “Home sweet Home (2)

  1. Complimenti al Sindaco Deiana per quest’analisi assolutamente lucida e a Roberto per la dif-fusione.
    Con amarezza devo ammettere che le cose, in Sardegna, stanno esattamente così. Un’isola “ciambella”, vuota al centro e sempre più gonfia intorno ma rigonfia di Nulla.
    Fatta, per lo più, di persone ciambella, prive di identità dentro e che credono basti bere mirto, mangiare il maieletto e dire due parole, sgrammaticate, in pseudosardo per dimostrare il loro amore per l’isola.
    Il tutto è abbastanza desolante ma è dovere dei sardi, quelli che si sentono onestamente di esserlo, non arrendersi a questo stato di cose.

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