Tu piccola scatola, che ho tenuto stretto mentre fuggivo
perchè le tue valvole non si spaccassero,
che ho portato dalla casa alla nave e dalla nave al treno,
perchè i miei nemici potessero ancora parlarmi
accanto al mio letto, alla mia pena,
l’ultima cosa la sera, la prima mattina,
delle loro vittorie e delle mie ansie,
promettimi di non tacere all’improvviso.

Questa poesia di Brecht è riportata in un saggio di Marshall McLuhan (ogni volta che leggo di McLuhan trovo vicino al nome l’aggettivo controverso), intitolato “Radio, il tamburo tribale”. La tesi del controverso massmediologo (anche massmediologo è abbastanza deplorevole come termine) canadese è quella che rimanda la radio a una tradizione arcaica presente in Europa e accantonata in Inghilterra e in America che rende l’apparecchio elettronico un elemento intimo e individuale. I nemici di cui parla Brecht nella poesia sono i nazisti di Hitler; è proprio sul simpatico dittatore che McLuhan imposta la parte politica del saggio, infatti Hitler avrebbe raggiunto e mantenuto il potere grazie alla radio, medium caldo, e lo avrebbe perso o sarebbe stato spazzato via da un medium freddo come la televisione se fosse esistita illo tempore. Questo è quanto ho capito, anche se  a quanto pare Mcluhan soleva dire a tutti, critici o studenti, che non avevano capito niente di ciò che pensava. Forse dovrei fare anche io così.
Avete capito qualcosa di ciò che ho scitto? No? Bene.

Roberto Oggiano

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